Cosa fai quando la vita esagera?

Ci sono giorni in cui la vita decide di esagerare.

Un problema economico.

La scoperta di una malattia.

Una relazione nella quale avevi investito tempo, speranze e una parte del tuo futuro che finisce.

La solitudine.

Quella paura che ti pietrifica quando guardi il lato vuoto del tuo letto emotivo e ti rendi conto che quella persona non c’è più.

L’incertezza.

La sensazione di dover ricominciare da capo, ancora una volta.

Come se qualcuno avesse preso tutti i tuoi progetti e li avesse sparsi nel vento.

È proprio in quei giorni che nasce una domanda.

Cosa fai quando la vita esagera?

Per molti anni la mia risposta è stata sempre la stessa.

Scappavo.

Mi distraevo.

Cercavo qualcosa che mi impedisse di guardare in faccia quel treno in corsa pieno di parti di me che non conoscevo e che, soprattutto, non volevo conoscere.

Aspettavo che fosse il tempo ad aggiustare tutto.

Oppure cercavo qualcuno che mi salvasse.

Qualcuno che riuscisse a spegnere un dolore che nemmeno io sapevo di avere.

Pensavo che, se qualcuno mi avesse amata abbastanza, finalmente mi sarei sentita al sicuro.

Pensavo che quella persona sarebbe diventata il mio rifugio.

Poi la vita mi ha insegnato qualcosa che all’inizio non volevo accettare.

Le persone possono camminare accanto a noi.

Possono amarci.

Possono sostenerci.

Ma non possono diventare il nostro rifugio.

Perché un rifugio non si trova dentro un’altra persona.

Dentro ogni essere umano esiste già un rifugio.

Il suo.

Non il nostro.

Il nostro rifugio possiamo costruirlo soltanto dentro di noi.

Un luogo capace di proteggerci dai terremoti della vita e dagli tsunami emotivi degli altri.

E finché continuiamo a cercarlo fuori, ogni volta che qualcuno se ne va abbiamo la sensazione che si stia portando via anche una parte di noi.

Per tanto tempo ho creduto che fosse davvero così.

Oggi la vedo in modo diverso.

Le persone non si portano via nulla che non sia loro.

Ci mostrano semplicemente una versione di noi che esisteva soltanto nella relazione con loro e quando questo legame finisce, quella versione smette di esistere.

La donna che ero con quella persona.

Il modo in cui ridevo.

Le parole che usavo.

Le abitudini che avevamo costruito.

I sogni che avevamo immaginato insieme.

È questo che fa così male.

Perché quella parte di noi non ha più un luogo dove vivere.

Per molto tempo ho cercato di riportarla in vita.

Oggi no.

Oggi la ringrazio e la lascio andare.

Perché se quella versione è morta significa che ha finito il suo compito.

Oggi la domanda non è più:

“Perché è finita?”

La domanda è:

“Che cosa di positivo per me ha lasciato?”

“Che cosa di positivo mi ha insegnato?”

E ogni volta la risposta mi porta a vedere una donna nuova che sta cercando di nascere.

Per tanti anni ho aspettato che fosse il tempo a guarirmi.

Ma il tempo, da solo, non guarisce.

Al massimo rende il dolore più silenzioso.

Lo copre.

Lo nasconde, diventando così un’esperta nel mettere cerotti sempre nuovi sopra la stessa ferita.

Cerotti sempre più grandi.

Sempre più spessi.

Non per guarire, ma per non vedere quello che c’era sotto.

Poi bastava una parola.

Uno sguardo.

Un silenzio.

Una separazione.

Una delusione.

E tutto ritornava.

Più forte di prima.

Perché quella ferita era rimasta lì.

Ad aspettarmi.

Oggi so che quelle situazioni non stavano creando il mio dolore.

Lo stavano semplicemente riportando in superficie.

Oggi scelgo di fare qualcosa di diverso.

Resto.

Anche quando ogni parte di me vorrebbe fuggire.

Resto davanti alla paura.

Resto davanti alla tristezza.

Resto davanti a quel nodo nello stomaco che continua a sussurrarmi:

“Scappa.”

“Non sei abbastanza.”

“Resterai sempre sola.”

“Non ce la farai.”

“Alla tua età avresti dovuto avere un’altra vita.”

“Hai sbagliato tutto.”

“Hai perso troppo tempo.”

Per quasi tutta la mia vita, ho creduto che quella voce dicesse la verità.

Oggi so che era soltanto:

La voce dell’abbandono.

Del rifiuto.

Del senso di colpa.

Del tradimento.

Dell’umiliazione.

Dell’ingiustizia.

Quella voce esiste ancora.

La differenza è che oggi non guida più la mia vita.

La ascolto.

La accolgo.

Ma il timone è tornato nelle mie mani.

Da bambina, quando avevo paura, mi nascondevo sotto le coperte.

Pensavo che i mostri rimanessero fuori.

Poi sono cresciuta.

E ho scoperto una verità ancora più terrificante.

Il mostro era sotto la coperta con me!

Fatto di ricordi.

Di convinzioni.

Di credenze limitanti assorbite dalla mia famiglia, dal luogo in cui sono nata, dalla società.

Da tutte quelle frasi che, senza accorgermene, erano diventate la mia voce interiore.

Più cercavo di evitarlo…

più diventava grande.

Più diventava spaventoso.

Fino a quando ho smesso di scappare.

E l’ho guardato negli occhi.

Ed è stato proprio lì che ho iniziato a scoprire chi ero davvero.

Oggi mi ritrovo a pagare il prezzo delle mie scelte.

I soldi non bastano.

Ho dovuto ricominciare ancora una volta.

Reinventarmi.

Imparare un lavoro completamente nuovo.

Ripartire soltanto da me.

Ma ho scoperto qualcosa che ha cambiato completamente il modo in qui percepisco questo periodo.

Esiste quello che io chiamo il lavoro ponte.

Quel lavoro che forse non è quello dei tuoi sogni…

ma è quello che ti permette di costruirli.

Per anni mi sono sentita dire:

“Non ti accontenti mai.”

“Per te non è mai abbastanza.”

“Hai sempre la testa tra le nuvole.”

Per tanto tempo ci ho creduto.

Pensavo che ci fosse qualcosa di sbagliato in me.

Oggi so che non volevo sempre di più.

Stavo semplicemente cercando qualcosa che parlasse davvero di me.

E quando finalmente l’ho trovato…

ho capito che non era ambizione.

Era direzione.

Avevo finalmente trovato il mio perché.

Sono quasi sette anni che sto costruendo una vita completamente diversa.

Da fuori potrebbe sembrare che abbia fatto soltanto passi indietro.

A volte lo penso anch’io.

Poi chiudo gli occhi.

E vedo un campo appena seminato.

Da fuori sembra vuoto.

Chi lo guarda pensa che non stia succedendo nulla.

Ma io so cosa sta accadendo sotto quella terra.

Le radici stanno crescendo.

Le fondamenta si stanno rafforzando ed io continuo ad arare quel campo.

Continuo a seminarlo, annaffiarlo.

Molto spesso da sola.

Ogni tanto qualcuno cammina accanto a me per un tratto.

Mi ascolta.

Mi incoraggia.

Poi riprende la sua strada.

Ma quel campo resta mio.

E sono io che devo continuare a coltivarlo.

Per mantenerlo vivo lavoro su tre turni.

Poi torno a casa e prosegue la mia giornata.

Mio figlio.

I mestieri.

Lo studio.

I miei progetti.

Ci sono giorni in cui mi fermo in macchina e non riesco nemmeno a scendere.

La stanchezza mi fa piangere e la paura mi fa dubitare per tutti quei “dovevo”, “potevo” e “volevo” che ancora abitano dentro di me.

Poi succede una cosa.

Mi asciugo le lacrime.

Mi guardo allo specchio.

E con una dolcezza che prima non conoscevo mi dico:

“Yisel… ce la farai.”

“Tu sei forte.”

“Tu non sei sola.”

“Hai te stessa.”

“Hai la tua fede.”

E allora apro la portiera.

Ed esco!

Perché quel campo è il mio futuro.

E so che un giorno qualcuno dirà:

“Che fortuna hai avuto.”

Io sorriderò.

Perché soltanto io saprò quante lacrime sono diventate acqua per quel campo.

Oggi non sono ancora nel posto che avevo immaginato.

Sono nel posto che mi sta insegnando tutto ciò di cui avrò bisogno quando ci arriverò.

Accettarlo è stato infinitamente più difficile che dirlo.

Il dolore più grande non era non aver ancora realizzato il mio sogno.

Era non sapere quanto tempo ci sarebbe voluto.

Perché nessuno sa quanto dura il deserto.

E continuare a camminare senza vedere il traguardo richiede qualcosa che non avevo mai imparato.

La fede.

La fede in Dio.

La fede nella vita.

La fede nel seme che hai piantato quando la terra sembra ancora completamente vuota.

Oggi continuo a camminare così.

Non perché abbia certezze.

Ma perché sento che questa strada ha un profondo senso per me e per tutti quelli che un giorno decideranno camminare insieme a me.

È così che sono nati questi Cerotti.

Non per insegnare.

Non per convincere.

Sono nati perché, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di fermarmi.

Di guardare.

Di osservare.

Di attraversare tutto quello che sono stata.

Per tanti anni ho chiamato “errori” molte delle mie scelte.

Oggi non più.

Erano semplicemente le decisioni che una donna prendeva con gli strumenti emotivi che aveva in quel momento.

Come potrei giudicarla?

S’è proprio quella donna che mi ha portata fin qui.

Oggi non la rinnego.

La rispetto.

La ammiro e amo profondamente per tutte le volte in cui si è frantumata.

E con tutte le volte in cui ha trovato il coraggio di ricostruirsi.

Per anni ho nascosto quella donna piena di cerotti.

Oggi la guardo con infinita tenerezza.

E lentamente…

inizio a toglierne uno alla volta.

Perché ho scoperto che un cerotto, se rimane troppo tempo sopra una ferita, non la protegge più.

Le impedisce di respirare.

Di cicatrizzare.

Di guarire.

Ogni volta che ne tolgo uno…

quella ferita smette di marcire nel silenzio.

Inizia finalmente a guarire.

E poco alla volta…

smette di sanguinare.

Prima dentro di me.

Poi smette di sanguinare addosso alle persone che amo.

Perché quando non guardiamo le nostre ferite continuiamo a chiedere agli altri di curare dolori che non hanno provocato loro.

Io l’ho fatto.

Per tanti anni.

Oggi non voglio più vivere così.

Perché ho scoperto una cosa.

Dentro ogni ferita era nascosto anche il seme della guarigione.

Per anni quel seme è rimasto lì.

Non perché non esistesse.

Ma perché io non ero ancora pronta a riconoscerlo.

Oggi non posso dire di essere guarita.

Ma posso dire una cosa.

Sto imparando a coltivare quel seme.

Un giorno alla volta.

Un Cerotto alla volta.

🌿 Una domanda per te

Se oggi senti che la vita sta esagerando…

fermati un istante.

E se, invece di punirti, la vita ti stesse preparando?

Non cercare una risposta perfetta.

Respira.

Ascoltati.

E, se ti va, scrivi anche una sola frase.

Perché, a volte, una vita nuova non inizia con una risposta.

Inizia con una domanda.

❤️ Un Cerotto alla volta.

Yi.